
Parole da dire o non dire. Ecco il dilemma.
1 maggio 2026
Le prime espressioni da non utilizzare secondo il Galateo tradizionale. Ma oggi? Valgono ancora tali regole?
Il salotto di Madame Galatina
Parole da non dire, ecco il dilemma.
Bentornati o benvenuti cari appassionati lettori,
Noto con piacere una sempre più ampia presenza ai nostri venerdì in salotto.
Credo che dovremmo darci da fare per creare una community vis a vis per goderci di persona un graditissimo tè e una superba compagnia, ricreando l’atmosfera del salotto naturalmente.
Ma passiamo ai nostri temi preferiti.
Sarà un momento ricco di delucidazioni.
Ed ecco cari lettori che quest’oggi il Galateo si presenta nella sua parte iniziale più tecnica e inizia ad indicarci la retta via, e lo fa proprio iniziando a scindere le parole giuste da dire e quelle invece da non considerare garbate.
Un appunto soltanto prima di procedere, tra la regola e la persona, il punto a favore l’avrà sempre la persona. Mi spiego meglio, se per rispettare una regola il mio comportamento andrà a ledere chi è in mia compagnia, allora agiremo in modo differente.
Sarà sicuramente più chiaro tra poco.
In sintesi ecco quelle che secondo le Buone maniere sono espressioni da non utilizzare e soprattutto, per quale motivo.
Bon ton
Buon appetito
Cin cin /prosit
Piacere
Salute
Salve
Interessante e curiosa scelta, qualcuno dei miei lettori potrà osservare, ed è vero.
Se poniamo l’attenzione noteremo che la maggior parte di queste espressioni sono ben inserite nel comune vocabolario e nelle quotidiane usanze di relazione.
Ma come mai, si potrà pensare, una parola che potrebbe apparire come augurale, potrebbe invece avere un significato quasi negativo?
La storia come spesso accade, narra e insegna.
Andiamo con ordine.
Abbiamo nominato qualche settimana fa il Bon ton, tradotto come buon tono.
In realtà il suo intendimento non credo davvero sia di essere sgarbato, per questo viene identificato spesso parlando di buone maniere.
E’un termine molto piacevole, come spesso lo sono le parole francesi, un suono soave e leggero, ma che con il tempo ha rivestito un significato leggermente altezzoso.
Nel XIX secolo viene utilizzato per definire il comportamento in società in Francia, nel secolo successivo collegato al mondo della moda e del bello, ancor di più quando nel 1912 divenne il nome del “La Gazette du bon ton”, una rivista di moda celebre che ebbe una fine poco felice ma che diede i natali alle più patinate riviste di moda attuali.
Associato più all’estetica che alla sostanza, quindi non visto di buon occhio dai puristi del buon vivere.
Noi amanti delle buone maniere non le utilizziamo come se indossassimo un vestito nel momento del bisogno, per noi è un vero e proprio modo di vivere, di comportarci, sempre.
Io non utilizzo questo termine, bon ton, ma è una personale abitudine, semplicemente perché assaporo molto di più parlare di buone maniere.
La lingua italiana regala così tante soddisfazioni, non trovate?
Ma ecco che il nostro pomeriggio si infiamma miei cari lettori.
Il motivo?
Perché in secondo luogo, fra le parole che il Galateo più formale invita a non pronunciare, incontriamo uno degli auguri più utilizzati alle nostre tavole.
Diamo il benvenuto al sig. buon appetito.
Discusso, dibattuto, talvolta persino in toni poco…appropriati (sì, anche gli storici del Galateo bisticciano).
Utilizzato indistintamente in ogni angolo di Italia, dal ristorante alla malga, dal caffè alla pizzeria, tutti, avremo ricevuto e ricambiato questo augurio.
Perché diciamolo cari amici, in realtà, per molti lo è.
Mi rendo conto che conversare riguardo la tavola è un po’ come aprire il vaso di Pandora per qualche appassionato, ma noi educati lettori, faremo tesoro di informazioni e terremo sensibili le nostre considerazioni finali, tutte valevoli di rispetto.
Il Galateo più formale e rigido consiglia di non utilizzare questa formula in contesti formali perché considerato troppo amichevole e di livello non appropriato.
L’alternativa, vi chiederete in giusta osservazione, quale potrebbe essere? Un semplice, buona cena.
E fermo restando io trovi degno di plauso ogni modo di dire che abbia in sé gentilezza e altruismo sinceri, vi svelerò il motivo di questo ammonimento.
Storicamente il dire buon appetito ha origini ai tempi di Carlo Magno, quando il ciambellano che sedeva gli ospiti del re, esortava di mangiare di grande e buon appetito.
A quei tempi, più si era forti e virili, più si mangiava a tavola, e capite cari amici, che essere considerati tali nell’Ottocento sostanzialmente un vero obbligo. Quindi se si sedeva alla tavola del re non onorando il cibo, qualche sopracciglio di stizza si sarebbe presto alzato.
Così anche il famoso Luigi XVI fece lo stesso augurio, affinché sulle tavole di Versailles non si avanzasse nulla, e sappiamo bene quanto la Francia sia riuscita a dettar moda.
Secondo altri testi, questa usanza nacque nel XVII secolo quando famiglie aristocratiche invitavano alle loro tavole in occasione di feste particolari la servitù, esortandola a mangiare di buon appetito considerato il momento non frequente nelle loro giornate.
Insomma, il buon appetito venne quindi come un messaggio di comportamento da tenere.
Ai nostri giorni, in cui si esorta a vivere il momento della tavola nel più totale disinteresse, quanto possa mangiare o non mangiare un commensale, cari amici, in sostanza non è affar nostro.
Il fermento su questi argomenti legati alla tavola è altissimo e penso che sempre lo sarà.
In conclusione trovo che si possa essere maggiormente cafoni facendo notare l’errore ( ? ) o non rispondendo ad un sincero augurio, piuttosto che rispettando le ferree regole.
Se il rispetto verso una regola aurea può significare perdere di vista il principale valore delle buone maniere, accogliere e far sentire bene l’altro (che abbia buon comportamento sia chiaro), allora mi permetto di dissentire.
La regola verrà messa in secondo piano, rispetto alla cordialità.
Sono certa che per molti di noi sarà pregio e valore conoscere tali regole e rispettarle.
Ma mi permetto una considerazione.
Nel mondo moderno quasi nessuno conosce queste storiche connotazioni riguardo i modi di dire o di comportarsi, quindi ad una tavola allegra e gioviale dove venga augurato un buon appetito, non trovo miglior soluzione di sorridere e augurare altrettanto, usando garbo, buon senso e un pizzico di dose di errore, che ci rende talvolta,
più umani.
Cari lettori, so di avervi rapiti per oramai troppo tempo quest’oggi.
Ma non temete, avremo altre stuzzicanti storie da raccontare la prossima settimana proseguendo la nostra chiacchierata circa il goloso elenco di cosa si dice, e non si dice.
Per il momento mi congedo da Voi con un buon tè in giardino,
E vi auguro di essere sereni ogni qualvolta vi sediate ad una tavola per assaporare davvero la cosa più importante, la condivisione e il tempo.
Con affetto e stima,
Vostra
Madame Galatina
