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Si dice, non si dice...

8 maggio 2026

Altre parole da non dire secondo il Galateo. Curiosità e storia.

Il salotto di Madame Galatina


Si dice o meglio di no? Seconda parte.


Un buon pomeriggio a Voi cari amici lettori,


Cari affezionati del nostro appuntamento, della nostra coccola pomeridiana, tra letture leggere e una buona tazza di tè, che non potrà certo mancare per assaporare un vero momento rilassante.


La nostra primavera si accende armonizzando colori e profumi inebrianti, chiunque di voi abbia un giardino può ritenersi davvero fortunato in questa stagione.


Proseguiamo il nostro salotto quest’oggi, mi auguro carico di curiosità, circa le parole da dire o da non dire.

Questa chiacchierata ai più potrà forse sembrare vestita di toni altezzosi, ma nulla è più lontano dal nostro intendimento cari amici, vi prego di considerarla come sempre, una serena lettura.

Nulla vuole obbligare, solo far riflettere.


Sono certa che in ogni frangente di vita quotidiana vi siano comportamenti o termini più o meno adatti e accettati.


Inizierei cari lettori vediamo…ma sì certo.


Dalla parte più frizzante della nostra discussine, dalle bollicine.

Ebbene sì da calici di frizzanti e aromatici vini pronti al alzare il tono della festa, pronti a fronteggiare sempre l’illustre momento del brindisi.

Ed ecco il beneamato "Cin Cin".


Orbene il vino che colpe porterà? D’esser fresco e vivace, null’altro in realtà.

Ma il brindisi, che è un momento di celebrazione sincera, di auguri sentiti, di omaggio ai nostri invitati, viene davvero sprecato con un augurio simile, utilizzando la formula del Cin Cin, che non ha nessun significato per noi.

Potremmo invece sfruttare l’occasione per dire anche solo qualche parola di buon augurio di cuore, con sincerità e affetto, non trovate?


Quindi potremo sempre ricordare che oltre al Cin Cin sarebbe meglio non tintinnare sui calici per richiamare l’attenzione, non far toccare i calici durante i suddetti brindisi, bere prima che lo faccia il padrone di casa o il festeggiato, elargire lunghi discorsi. Meglio brevi ma sentiti ed efficaci.

In alto i calici signori…e festa sia.


Penso subito ad un’altra parola bandita dal Galateo e dai manuali di buone maniere, uno degli errori, delle sviste più comuni nella nostra forma di conversazione.


Sento le vostre indicazioni, esatto cari lettori, l’espressione “piacere” durante le presentazioni.

Una scia di sensazioni interessanti, il sentirsi privati di questo dire “piacere”.

Le domande a questo punto sono molte, ma di uguale significato. 

“Suvvia ma cos’altro potrò mai dire quando mi presento?” La più semplice delle cose, il proprio nome e il proprio cognome se occorre, che se ben pensate amici è la più normale delle necessità, far sapere al nostro nuovo conoscente come ci chiamiamo.


Aggiungendo un buongiorno, un sorriso e una stretta di mano la presentazione sarà perfetta e più che completa.


Perché pensiamo bene, effettivamente, non possiamo sapere se sarà davvero un piacere la conoscenza di questa persona, per questo ad onor del vero, trova miglior posto come saluto al congedo, “è stato un vero piacere conoscerla”.

Lo ammetto, sono pienamente concorde. 

E per far notizia aggiungo che anche il Debrett’s, la prestigiosa guida britannica di Etiquette e buone maniere, sostiene che il caro ”nice to meet you” (tradotto per noi come il “piacere di conoscerti”), sia errato. 

Viva la Regina.


Se ci pensiamo bene queste buone maniere aiutano e spingono a rapportarsi con sincerità e garbo, senza utilizzare formule vuote e prime di verità, ed è quello che impariamo.


Vero è che se qualcuno si trovasse nella trappola della frase appena citata, non inorridiamo, un bel sorriso, quiete e si prosegue. Alla peggio, condividiamo e togliamo tutti dall’imbarazzo, ricordando che per qualcuno ne sono certa, possa essere una forma di saluto educato.


A proposito di modi educati, proseguendo nel nostro viaggio circa le parole corrette, non possiamo non citare il benemerito “salute”.


Quante volte, a ciascuno, sarà capitato di dover starnutire in pubblico, e dico dover, poiché poveri noi, non possiamo certamente controllare l’atto.


Nello starnutire nulla si ha da vergognarsi, ma chissà perché, forse per l’emissione violenta, forse per il suono poco gentile che lo accompagna, forse per la necessità di ricorrere subito all’uso di artefici pulitori di naso, forse per la sventurata sorte di doverne emettere altri a seguito, magari legati ad una forte allergia, insomma, considerate tutte le variabili, possiamo ammetterlo, è sempre un pochino imbarazzante, lo sappiamo.


Secondo le regole delle buone maniere dicendo “salute”, seppur con intento educato, si va a rimarcare il tale atto, cosa che sarebbe bene invece non fare, evitando l’imbarazzo dell’altro ed evitando soprattutto di dover far pronunciare una innumerevole sfilza di ringraziamenti.

L’atteggiamento giusto è di puro disinteresse, sarà il malcapitato a scusarsi per il momento non voluto.


Pensate stimati lettori che le radici di questo termine risiedono ai tempi di Aristotele, il quale pensando fosse un segnale del cervello (casa dello spirito e dell’intelletto) sosteneva che andasse “salutato, omaggiato”. Altre ipotesi sostengono che il termine sia legato all’antica Roma, dal VI secolo, quando una grave epidemia iniziò proprio con sintomi quali starnuti insistenti, da lì l’augurio “Dio ti conservi in salute”, intesa come sopravvivenza.


Quest’oggi non ci troviamo a combattere pestilenze o simili casi, quindi ricordiamo solamente, di far finta di nulla, ma di scusarci qualora fossimo noi i rumorosi untori.


In ultima battuta ricordo l’ultima parolina che al Galateo poco gusta, il saluto meno empatico, il “salve”.


Nato nell’antica Roma come saluto di augurio di “stare bene”, nel tempo ha acquisito un posto minore nei saluti. Spieghiamoci meglio.

Secondo Monsignor Giovanni della Casa, il saluto era il mezzo per definire il rapporto tra due persone.


Il “salve” non risulta formale e beneaugurante come il classico “buongiorno”, ma nemmeno troppo amichevole come il nostro “ciao”. In ambito lavorativo nemmeno da considerare.

Una formula troppo neutrale, poco empatica, quasi fredda.

Non bandita in assoluto, questo no, ma nemmeno così appropriato.


Cambieranno parole, abitudini e vivremo nuove scoperte. 

Ma la migliore attitudine nel tempo, rimarrà sempre il sincero desiderio di fare bene e del proprio meglio.


Interessanti singolarità e attente considerazioni ci hanno accompagnato in questo pomeriggio, ma ora è il momento di lasciar scorrere questo incontro e di goderci una gradevole serata.


Torneremo in salotto cari lettori in un battito di ciglia, per discorrere di buona società, tradizioni e modi gentili.


Un affettuoso saluto,


Vostra

Madame Galatina

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